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LE ISOLE EOLIE

LIPARI, i miracoli delle Terme

       Pochi minuti di navigazione e raggiungiamo Lipari, l'antica Meligunis, la più grande e popolosa dell'arcipelago (circa 38 km²), capoluogo comunale per 6 delle 7 isole Eolie (tranne Salina). Abitata fin da tempi antichissimi, ancora oggi entro il perimetro delle mura dell'Acropoli, denominata Castello, circondata dalle ben conservate mura spagnole, vi sono ampie tracce di popolazioni del Neolitico, dell'Età del Bronzo, Greca e Romana, testimoniate da numerosi ritrovamenti archeologici. Consigliata la visita al Museo Archeologico, uno dei più famosi al mondo, suddiviso in diverse sezioni; Lipari è una fra le poche località del Pianeta a vantare circa 6.000 anni di storia ininterrotta.

   Il BIANCO della pomice e il NERO dell'ossidiana sono i colori che ho scelto per Lipari: oltre il 20% dell'isola, infatti, lungo la costa nord orientale è costituito da giacimenti di pietra pomice, situati tra le località di Canneto e Acquacalda, dove la montagna immacolata si tuffa nel mare, facendo assumere alle acque sfumate tinte azzurrognole da fare invidia alle più celebrate mete caraibiche.

   Il periplo di Lipari va compiuto con piccole imbarcazioni (le trovate a Marina Corta), possibilmente con mare calmo, per poter entrare anche nelle insenature più strette e nelle grotte più anguste, in un gioco di luci unico e indimenticabile.

   Ma è nell'interno dell'isola che la visita si fa più interessante, ad esempio l'escursione al Belvedere Quattrocchi, nei pressi di Pianoconte, una sorta di balcone naturale con vista mozzafiato sulle coste a picco di Valle Muria, dei faraglioni e sullo sfondo Vulcano, la Sicilia e l'Etna, in un sensazionale tripudio cromatico. Anche a Lipari non mancano fenomeni endogeni sotto forma di fumarole, solfatare e sorgenti termali: le fumarole più note sono quelle di Bagnosecco, mentre sorgenti termali si trovano nelle località Bagnicello, Fontanelle, Pietre di Fuardo e Castellaro.

   Le più rilevanti, tuttavia, sono le Terme di San Calogero, dove è stato scoperto l'impianto termale più antico del mondo, costituito da un insieme di canalizzazioni con annessa caldaia, risalenti al XVII Secolo A.C., durante la Civiltà Eoliana. Oggi le terme non sono funzionanti e versano in uno stato di abbandono che lascia nel visitatore un misto di pena e di rabbia; è previsto da anni il restauro delle terme, ma non è noto se e quando questo meraviglioso impianto sarà interamente fruibile dalla collettività.

   Le Terme di San Calogero sono aperte solo grazie al contributo volontario di Mimmo Mammana, un liparota appassionato della cultura della sua isola, il quale, in dieci minuti di visita, vi racconterà la storia dell'umanità, attraverso quella delle terme.

   Parlerà di soldati romani moribondi per le gravi ferite di guerra, miracolosamente guariti con le acque termali, di assassini il cui corpo viene gettato nei crateri dei vulcani attivi delle Eolie, affinché la loro anima raggiunga direttamente gli inferi; della vita di San Calogero, originario dell'Asia Minore, il quale, giunto a Lipari, per mettere in fuga i diavoli annidati nella località fa sgorgare miracolosamente quelle sorgenti benefiche, a conforto dei sofferenti. Forse si tratta di leggende, ma l'analisi chimica delle acque, effettuata anche di recente, ha classificato le stesse fra quelle ipertermali salso-solfato-bicarbonato-sodiche, sgorganti ad una temperatura di circa 60°, in grado di curare artriti, dermatiti, psoriasi, acne, erpete, crosta lattea, scabbia, sicosi, diatesi foruncolare.
 
VULCANO, la dimora degli Dei

   Con l'aiuto dei pescatori locali, scegliamo i colori più appropriati per ogni singola isola: iniziamo con le terre che mantengono tuttora attività vulcaniche o endogene.

   GIALLO e ROSSO sono i colori dello zolfo, dominanti su Vulcano, la più meridionale dell'arcipelago e la terza per estensione, con una superficie di 21 km². Secondo una delle tante interpretazioni della leggenda, sarebbe stata questa la dimora del dio dei venti, Eolo, del quale abbiamo già detto in precedenza.

   Narra lo storico Plinio, che una parte dell'isola, Vulcanello, emerse dal mare appena 2.200 anni fa, nel 183 A.C., dapprima come isoletta a sé stante, saldatasi a Vulcano nel 1.550 D.C., in seguito all'accumulo di lave e detriti che costituiscono l'istmo che collega le due parti dell'isola.

   E' proprio su questa lingua di terra che sono ancora attive le sparse fumarole che arrivano fino a qualche metro sotto il livello del mare nel Porto di Levante, e che unitamente alla pozza dei fanghi, utilizzata per fini terapeutici, costituiscono una delle principali attrattive turistiche di Vulcano.

   E' quantomeno insolita la sensazione di entrare in un mare tiepido, che ribolle incessantemente, come se quaggiù l'opera della Creazione fosse ancora in atto, in un eterno divenire che caratterizza la natura della terra eoliana, che appare viva come se fosse animata.

   Chi ama la natura selvaggia delle Eolie, preferisce cercare a Vulcano luoghi più appartati, fuggendo dal turismo snob e forse anche un po' invadente, che si concentra soprattutto fra i due porti principali di Levante e di Ponente.

   Non c'è che l'imbarazzo della scelta: la salita al cratere "Fossa della Fucina", che in meno di un'ora porta sulla cima a 391 mt., dove lo spettacolo delle fumarole con l'emissione dei vapori di zolfo che si depositano per sublimazione in cristalli a forma di fiori, addolcisce il paesaggio un po' spettrale e quasi infernale che si può assaporare lassù; il panorama, che spazia verso Lipari e le isole occidentali dell'arcipelago, ripaga della fatica della ascesa.

   Via terra o via mare è possibile raggiungere il borgo di Gelso, all'estremità meridionale dell'isola, dove una minuscola baia di spiaggia nera sembra accogliervi fra le sue braccia, dominata da uno splendido faro, oggi un po' malandato, che piacerebbe sicuramente alla mia amica Lilla Mariotti, che sa apprezzare la solitudine di luoghi simili. A poche centinaia di metri verso est, si arriva alla Punta dell'Asino, nei pressi dell'omonima spiaggia, una sorta di antico "parcheggio" per gli asini degli abitanti della zona sud di Vulcano, che scendendo verso il mare, lasciavano qui il loro unico mezzo di trasporto per imbarcarsi alla volta di Lipari.

   Sulla costa nord occidentale, raggiungibile solo via mare, nei pressi della splendida Grotta del Cavallo, si incontra la Piscina di Venere, un anfiteatro naturale, dove le acque del mare assumono indescrivibili tinte cristalline e dove la leggenda narra che la dea dell'amore si tuffasse, per riconquistare la verginità perduta; forse ai nostri giorni l'illibatezza è passata di moda, ma sta di fatto che è difficile per uomini e donne resistere alla tentazione di tuffarsi in un mare davvero vergine e invitante.

   Costeggiando la parte nord di Vulcanello, ci si imbatte nella Valle dei Mostri, caratterizzata per rocce vulcaniche sulle quali la continua erosione provocata da mare, vento e intemperie, ha generato figure grottesche e spaventose, dove la fantasia di ognuno può individuare mostri, belve feroci e figure inquietanti.

   Sono forse questi mostri a ricordarci che sebbene l'ultima eruzione a Vulcano risalga al 1888 - 1890, l'isola si trova tuttora in stato di pre-allarme, costantemente monitorata dalle centraline del CNR, che controllano i movimenti del magma. Del resto, l'antica Hierà (la Sacra), secondo la mitologia greca, era sede delle fucine di Efesto, dio del fuoco e fabbro, che utilizzava i Ciclopi come aiutanti: il nome Vulcano è stato attribuito successivamente in onore dell'omonimo dio romano e ha dato origine al termine vulcanismo.
 

SALINA, la natura in un seno di donna

isole eolie
      
   Continuiamo il nostro viaggio virtuale alle Eolie, con le isole dove le attività vulcaniche sono quasi del tutto cessate e dove il vento è l'elemento dominante.

   Il VERDE in tutte le sue gradazioni è il colore di Salina, l'antica Didyme, dal greco "gemelli", in quanto costituita da due vulcani gemelli, che visti da lontano ricordano un sensuale seno femminile; si tratta del Monte dei Porri, geologicamente più recente, alto 860 mt. e dell'antico Fossa delle Felci, che con i suoi 962 mt. è la vetta più elevata dell'intero arcipelago, oggi Riserva Naturale Integrata. Salina è una piacevole oasi di verde nel centro del Tirreno Meridionale, ricca d'acqua dolce e con veri e propri boschi di castagni, pioppi ed altre specie arboree della macchia mediterranea, che solitamente si incontrano a latitudini superiori.

   Per la verità a Salina l'attività endogena non è completamente sopita, ma è limitata ai vapori che riscaldano il terreno in località Pertuso, dove si trova anche una sorgente termale e agli "sconcassi", nella frazione di Rinella, emanazioni sottomarine di gas idrogeno solforato e di vapori, che sconvolgono periodicamente il fondo del mare.

   Salina è la seconda delle Eolie per estensione, con oltre 26 km² di superficie ed è l'unica a non fare parte del Comune di Lipari; il suo territorio, infatti, è addirittura suddiviso in tre comuni autonomi.

   Il più importante è Santa Marina di Salina, sulla costa orientale, che è anche il porto principale dell'isola e che comprende anche l'abitato di Lingua, a sud est, dove si trova un misterioso laghetto costiero adibito a salina, che dà il nome all'isola. Malfa, sulla costa settentrionale, che comprende la frazione di Pollara, a occidente e Leni, posto sulla sella compresa fra i due vulcani principali e che ingloba l'abitato di Valdichiesa e l'incantevole porticciolo di Rinella, sulla costa meridionale, affiancato da una minuscola spiaggia nera come pece; una mattina di tanti anni fa, scendendo verso la spiaggia, mi accorsi con stupore che durante la notte la battigia era diventata improvvisamente rosa: si trattava del già citato fenomeno degli "sconcassi", che aveva provocato la moria di una miriade di gamberetti, asfissiati dai gas submarini, un altro degli innumerevoli fenomeni misteriosi e affascinanti delle Eolie.

   Salina è un'isola fertile, la patria del Malvasia, il cui recupero è dovuto a Carlo Hauner, artista bresciano di origine boema, un uomo innamorato a prima vista di Salina, dopo averla scoperta da semplice turista nel 1963, fino al punto di stabilirvisi nel 1970, abbandonando la sua professione di grafico; succede alle Eolie.

   Hauner è morto nella sua Salina nel 1996, ma l'attività dell'azienda agricola da lui fondata è continuata tuttora dagli eredi. E' soprattutto merito suo se è stato recuperato il marchio D.O.C. del Malvasia di Salina, un vino dolce dal sapore delizioso, ottenuto mediante l'essiccazione e la successiva pigiatura delle uve prodotte dai vigneti locali; chi ha il privilegio di assaggiarlo non si stupisce se fin da tempi remoti, il Malvasia veniva definito il "nettare degli dei". Ma i prodotti che la terra generosa ci offre comprendono anche altri vini e soprattutto i suoi celebrati capperi, che sono le infiorescenze dell'omonima pianta (si consumano anche i frutti, più grossi, chiamati cucunci), dalle eccellenti proprietà medicamentose.

   Una delle località più incantevoli dell'isola è indubbiamente Pollara, una striscia di sabbia circondata da un arco di alte pareti bianche, che costituiscono la parte visibile di un cratere sommerso, il cui centro si trova a pochi metri di profondità nel bel mezzo della baia, dagli splendidi fondali. E' proprio qui a Pollara che il compianto Massimo Troisi ha girato la bella favola del film "Il postino", l'ultimo da lui diretto e interpretato.

 
PANAREA, il covo del pirata Drauth

       Proseguendo verso nord est, a poco più di 11 miglia da Lipari, si incontra Panarea, l'antica Eunymos (che significa "a sinistra" per i marinai che da Lipari navigavano verso la Sicilia), divenuta poi Panarion (la distrutta); è la più piccola delle Eolie, poco più di 3 km², abitata fin dal Neolitico (4.000 anni fa), come testimonia il villaggio preistorico di Capo Milazzese.

   I suoi colori sono indubbiamente il BIANCO della calce dei muri delle case e il TURCHESE dei suoi fondali. Forse anticamente Panarea era una delle più grandi delle Eolie, ma in seguito a cataclismi naturali il vulcano è parzialmente sprofondato, cosicché l'anfiteatro originario interno del cratere è divenuto la costa dove sorgono i tre abitati di Iditella, S. Pietro e Drautto. Quest'ultima località prende il nome dal pirata saraceno Drauth, il quale era solito ormeggiare le sue navi poco più a sud, nella vicina Cala Junco, una delle più belle baie del Mediterraneo; si tratta di una sorta di piscina naturale, chiusa da alte pareti di scogli basaltici, dove il mare vanitoso interpreta i colori di cui è capace, regalandoci tutte le gradazioni cristalline di verde, turchese e blu.

   Le alte scogliere che circondano l'insenatura non consentono ai naviganti di vedere l'interno della baia e il pirata Drauth poteva pertanto sorprendere improvvisamente le navi di passaggio che dal Nord Italia si dirigevano verso la Sicilia.

   Quello che resta della parte sprofondata del vulcano originario di Panarea, è ora costituito da una miriade di scogli ed isolette che le fanno da contorno, quasi un "arcipelago nell'arcipelago" da visitare facendo estrema attenzione agli scogli affioranti.

   Si comincia da Dattilo, con le sue caverne di zolfo e allume cristallizzato. Si prosegue con l'isoletta di Basiluzzo, oggi disabitata, con pareti a picco sul mare e quasi inaccessibili, dove si trovano i resti di un'antica villa romana e l'adiacente scoglio di Spinazzola, alto quasi 80 mt., tutto guglie e pareti verticali, tanto da somigliare vagamente al Duomo di Milano, sia pure con un po' di fantasia; qui si trova una colonia endemica di palme nane, unica in tutta Europa. Più a sud si incontrano gli scogli di Lisca Nera, Bottaro e Lisca Bianca: quest'ultimo, candido per le colate di pomice, ha al suo interno la piccola Grotta degli Innamorati, dove la leggenda vuole che chi si bacia resterà unito per sempre. A venti metri di profondità, nel tratto di mare compreso tra i tre scogli, l'acqua ribolle di centinaia di colonne di bollicine: ci si trova infatti al centro del vulcano originario, evidentemente non ancora del tutto spento.

   Un'altra manifestazione endogena è riscontrabile sulla costa nord orientale, in località Calcara, dove sono presenti sorgenti termali e fumarole che emanano anidride carbonica, azoto e ossigeno. Panarea non ha ancora terminato il suo processo di sprofondamento: l'isola si immerge per due centimetri ogni anno; c'è ancora tempo, tuttavia, per visitare questo piccolo paradiso senza auto, dove si riscopre il piacere di camminare alla scoperta di minuscoli vicoli fra le case candide di calce e scorci incantevoli su scogli e isolette che ne fanno da cornice.
 
STROMBOLI, il vulcano millenario
      
   Il ROSSO del fuoco è il colore di Stromboli, geologicamente la più giovane delle Eolie, nata 40.000 anni fa in fasi successive fra emersioni e sprofondamenti. Stromboli è uno dei rari vulcani al mondo attivo ininterrottamente da 2.000 anni, tanto da indurre i vulcanologi a definire l'attività continua e moderatamente esplosiva, con saltuarie emissioni laviche "attività stromboliana", riferita ad analoghe manifestazioni vulcaniche in tutta la terra, sia passate che presenti.

   Secondo la mitologia, Eolo, che aveva eletto la propria dimora presso le Eolie, riusciva a prevedere le variazioni del tempo osservando la nube di vapori che emanava Stromboli, la cui forma, ancora oggi è condizionata dall'evoluzione della pressione atmosferica; fin dall'antichità, Stromboli veniva chiamata dai naviganti il "faro del Mediterraneo", in quanto l'attività vulcanica è stata sempre visibile di notte anche da lunghe distanze.

   Oggi l'antica Strongyle, ovvero "la rotonda", pur essendo piuttosto refrattaria al turismo nel senso classico del termine, attira ogni anno migliaia di visitatori che effettuano l'escursione, soprattutto in notturna, a poche centinaia di metri dalla bocca eruttiva; lo spettacolo naturale delle ceneri bollenti, delle scorie fiammeggianti alte decine di metri e dei lapilli incandescenti che ricadono in modo pirotecnico ad intervalli di alcuni minuti, rischiarando le tenebre con sinistre lingue di fuoco, incute brividi e terrore anche dal mare.

   Le spiagge di Stromboli sono estremamente affascinanti, come quella di Scari, con i suoi ciottoli di lava o quella di Ficogrande, dalla finissima sabbia nera. Sul lato opposto dell'isola, a sud ovest, sorge il piccolo villaggio di Ginostra, raggiungibile solo via mare attraverso il suo minuscolo porto, il Pertuso (buco, in dialetto siciliano), che si fregia del primato di "porto più piccolo del mondo". Quando il vulcano si sveglia periodicamente, le poche decine di abitanti di Ginostra, troppo vicine alla Sciara del Fuoco, vengono evacuate fino a quando, terminata l'attività parossistica di Stromboli, possono ritornare alle loro case, veri e propri eremi di quiete, ai quali nessuno di loro saprebbe rinunciare.

   A meno di un miglio a nord est di Ficogrande, si erge, come un castello abitato da streghe, lo scoglio di Strombolicchio, nato da una delle più antiche manifestazioni vulcaniche delle Eolie 360.000 anni fa, oggi sede di un grande faro marino, alimentato ad energia solare, raggiungibile con oltre 200 scalini.
 
FILICUDI, i misteri

   Il GIALLO delle ginestre è invece il colore più diffuso a Filicudi, geologicamente la più antica delle Eolie, nata circa un milione di anni fa, abitata fin da tempi remoti, che i latini, traducendo dal greco, chiamarono Phenicusa (isola delle felci). Misura meno di 10 km² di superficie e culmina con il Monte Fossa delle Felci, a 774 mt. sul livello del mare.

   Sull'isola vi sono tre abitati, Filicudi Porto, che vi accoglie all'interno di una baia semicircolare, Valdichiesa, sull'altopiano e Pecorini a Mare, sulla costa sud. Filicudi si caratterizza per una forma vagamente ovale, con il cono vulcanico principale dal quale si dirama verso sud est il promontorio di Capo Graziano, collegato al resto dell'isola da una stretta lingua di terra.

   E' proprio qui che si sviluppò una delle civiltà più antiche delle Eolie e del Tirreno in generale; i primi uomini si stabilirono a Filicudi circa 4.000 anni fa, dove in riva al mare costruirono con grossi ciottoli alcune capanne ovali, risalenti all'Età del Bronzo: ancora oggi sono visibili i resti di 25 capanne, prevalentemente di pianta ovale. Tra il XVII e il XVI Sec. A.C., gli abitanti della penisola di Capo Graziano si rifugiarono in cima alla vicina Montagnola, quasi inaccessibile e meglio difesa: ma da chi? E' questo il primo mistero di Filicudi, al quale potrebbe dare una risposta l'ipotesi di ripetuti attacchi da parte di pirati od invasori.

   Ma il mistero più grande è racchiuso nell'improvvisa scomparsa dell'uomo preistorico eoliano, avvenuta intorno al 1.250 A.C. a Filicudi, ma anche a Lipari, Panarea, Salina e Stromboli; gli scavi rilevano il repentino annientamento dei villaggi, le cui cause sono ancora ignote. Si ipotizza una forte scossa sismica, accompagnata da una gigantesca onda di maremoto, oppure una serie di terribili eruzioni vulcaniche, che potrebbe avere generato un incendio di proporzioni spaventose. L'unica cosa certa è la nuova colonizzazione di Filicudi, avvenuta dopo circa un secolo ad opera di altri popoli.

   Da vedere assolutamente sull'isola delle felci la Grotta del Bue Marino, la più grande delle Eolie, un tempo abitata dalla foca monaca e lo scoglio La Canna, che si erge per 70 metri ad ovest dell'isola, che sarebbe quanto resta di un antico condotto di alimentazione di un apparato vulcanico o forse un imponente getto di lava pietrificato.
 

ALICUDI, piccolo eremo arcobaleno

       Di Alicudi si dice che il colore caratteristico sia il VIOLA delle eriche, da cui prende il nome, tratto dall'antico Ericusa, ma l'impressione di chi raggiunge il porticciolo sul finire dell'estate è che tutti i colori dell'IRIDE si siano dati appuntamento qui: insieme ai suoi ospitali abitanti, sarete accolti da un nugulo di farfalle multicolori e festanti, che sembrano salutarvi con il loro volo gioioso quanto incerto.

   La piccola Alicudi è un vulcano spento, quasi perfettamente circolare, di 5 km², con coste scoscese e ripide e costituisce la parte emersa, sorgente da 1.500 mt. di profondità dal livello del mare, fino ai 675 mt. del filo dell'Arpa, il punto culminante dell'isola. E' abitata solo sul versante orientale, l'unico digradante in modo meno aspro verso il mare, punteggiato da case bianche che dalla costa si abbarbicano contro ogni logica lungo le impervie mulattiere e le migliaia di gradini rocciosi di lastre di pietra che sembrano quasi ferire la montagna lungo la sua scarpata di levante, come ostinati intagli che si intestardiscono a vincere la forza di gravità.

   L'isola delle eriche nel dopoguerra era abitata da oltre 600 persone, in buona parte emigrate in Australia, principalmente a Melbourne, nel corso dei successivi decenni. Oggi rimane un centinaio di irriducibili abitanti, dei quali molti tedeschi, rifugiati nella località più alta e remota dell'isola, denominata Montagna, per fuggire dalle fatue lusinghe della società consumistica. E' difficile dire se si tratti di pescatori o agricoltori, operatori turistici, muratori, falegnami, fabbri, cuochi, camerieri o commercianti: ad Alicudi sei tutto e niente, consapevole del fatto che si tratta di un'isola dove non è ancora arrivata la ruota e l'unico mezzo di trasporto è l'asino, che viene curato e lavato sulla spiaggia con acqua e sapone, come un cittadino stressato farebbe in un car wash con la sua amata auto.

   Ad Alicudi c'ero già stato vent'anni fa e le poche cose che sono cambiate nel 2002 sono il piccolo molo, che negli anni '80 mancava, danneggiato da una furiosa mareggiata (era necessario sbarcare dall'aliscafo direttamente sulle barche dei pescatori, sperando che il gioco delle onde fosse favorevole, per non cadere in acqua); un piazzale adibito ad eliporto per le emergenze e la luce elettrica, ma solo nelle case; per fortuna o sfortuna, dipende dai punti di vista, manca ancora l'illuminazione pubblica, fattore che comporta a tutt'oggi l'isolamento notturno delle abitazioni, ma che consente la contemplazione del firmamento stellato, senza alcuna limitazione indotta da impedimenti di origine umana.

   Risalendo le ripide mulattiere si dimentica la fatica immergendosi nei mille colori offerti gratuitamente da agavi, fichi d'india, capperi in fiore, bouganville rosse, rosa, viola, arancio e naturalmente dalle eriche, che qui interpretano il meglio di loro stesse, quasi consapevoli di trovarsi nell'isola a loro dedicata. Un luogo incredibile, dove l'isolamento è splendidamente vissuto senza grossi patemi dai suoi abitanti e dove una natura generosa sa regalare a piene mani i suoi frutti più prelibati: dalle aragoste ai funghi (ci sono davvero e sono molto gustosi).

   Un posto dove anche i pesci sembrano partecipare allo spettacolo cromatico che offre l'isola, lasciandosi avvicinare dall'uomo senza paura e assumendo colorazioni multicolori, simili a specie ittiche tropicali. Un'isola dove anche lo speculatore edilizio peggio intenzionato non potrebbe causare alcuno scempio, data la natura selvaggia e impervia del terreno, che non permette ulteriori edificazioni. Il motivo per cui le abitazioni sono state costruite in luoghi tanto scomodi è facilmente comprensibile se si ricordano le frequenti incursioni di barbari e pirati delle quali sono state oggetto per millenni le rotte del Tirreno; ne è un esempio il Timpone delle Femmine, una località di Alicudi quasi inaccessibile, dove venivano rinchiuse le donne dell'isola durante le incursioni di predoni e corsari.

   Durante la mia permanenza alle Eolie, la terra ha tremato ad Alicudi, forse per dirmi che l'isola è viva, mai statica, in continuo mutamento; il sisma ha generato un piccolo Tsunami, un'onda di maremoto di circa 4 metri che si è infranta sulle disabitate scogliere inaccessibili a ponente dell'isola e con minor vigore nei pressi dell'abitato di Pecorini a Mare, nella vicina Filicudi, fortunatamente senza causare danni.

   Non chiedetemi di segnalarvi un link turistico, un albergo o un semplice alloggio ad Alicudi, non posso farlo, perché dovete andarci all'avventura, imparando a rivolgervi direttamente ai pescatori con il viso segnato dalle rughe di una terra aspra e improbabile, ma con il cuore aperto ai viaggiatori autentici, così diversi dai turisti avvezzi soltanto ai confortevoli viaggi organizzati, con licenza di depredare la natura e con gli occhi chiusi alla poesia dei colori.

   Alicudi è di chi sa amarla, con la sua natura selvaggia e quasi ostile, che ha in sé la forza di respingere tutto il superfluo che l'uomo moderno ritiene indispensabile e che uccide la sua felicità più autentica. Alicudi è anche mia, io che ho conosciuto e amato tante isole nel mondo, ma che ho giurato a me stesso di vivere tra le sue eriche viola, prima o poi.

   Al Bar l'Airone, presso l'imbarcadero, ho letto e trascritto questa poesia, scritta da un anonimo turista che descrive molto meglio di mille cronisti le suggestioni di un'isola fuori dal mondo.
di Ermanno Sommariva

 
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